I numeri diminuiscono leggermente, ma parlare di miglioramento sarebbe prematuro. Crescono gli infortuni e restano fortissime le criticità nei settori a maggiore rischio
Nei primi sette mesi del 2026 595 persone hanno perso la vita sul lavoro o durante il percorso casa-lavoro.
Un numero che dovrebbe essere sufficiente, da solo, a riportare la sicurezza sul lavoro al centro dell’attenzione delle imprese, delle istituzioni e dell’intero sistema della prevenzione.
Secondo l’elaborazione dell’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega sui dati INAIL, delle 595 vittime registrate da gennaio a luglio 2026, 430 sono morte in occasione di lavoro, mentre 165 hanno perso la vita in itinere, cioè durante il percorso di andata o ritorno tra casa e luogo di lavoro.
Rispetto allo stesso periodo del 2025, quando le vittime complessive erano state 607, si registra una diminuzione del 2%.
È una riduzione che non può tuttavia essere interpretata come la soluzione del problema.
Dietro ogni numero c’è una persona che quella mattina è uscita di casa per lavorare e non vi ha più fatto ritorno.
Ed è proprio da questo dato umano, prima ancora che statistico, che dovrebbe partire ogni riflessione sulla prevenzione.
Meno morti, ma più infortuni: il dato che deve far riflettere
Uno degli elementi più significativi del quadro 2026 emerge osservando contemporaneamente mortalità e numero complessivo degli infortuni.
Le denunce di infortunio in occasione di lavoro, escludendo gli studenti, presentate all’INAIL nei primi sette mesi del 2026 sono state 256.471, contro le 244.495 dello stesso periodo del 2025: un incremento del 4,9%.
Anche considerando il quadro complessivo elaborato dall’Osservatorio Vega, le denunce di infortunio raggiungono 368.085 casi, con un incremento del 5,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Questo significa che non possiamo limitarci a osservare la lieve riduzione delle morti.
Se gli infortuni aumentano, significa che l’esposizione al rischio continua a essere elevata e che in molte organizzazioni esistono ancora criticità nella gestione effettiva della sicurezza.
La prevenzione non può quindi essere misurata esclusivamente contando i decessi.
Bisogna osservare anche gli incidenti, i near miss, le non conformità, i comportamenti pericolosi, la manutenzione delle attrezzature, l’organizzazione del lavoro e la qualità reale della formazione.
Costruzioni ancora al primo posto per numero di vittime
I dati confermano alcune criticità ormai strutturali.
Il settore delle Costruzioni registra nei primi sette mesi del 2026 76 morti in occasione di lavoro, risultando il comparto con il maggior numero di vittime.
Seguono:
- Trasporto e magazzinaggio: 55 vittime;
- Attività manifatturiere: 50 vittime.
Ancora più significativo è il confronto con il 2025.
Nelle Costruzioni le denunce mortali sono passate da 67 a 76, mentre nei servizi di supporto alle imprese sono aumentate da 16 a 28.
Al contrario, le Attività manifatturiere registrano una riduzione da 59 a 50 decessi e il Trasporto e magazzinaggio da 57 a 55.
Il cantiere continua quindi a rappresentare uno degli ambienti nei quali la capacità organizzativa e di vigilanza assume maggiore importanza.
Cadute dall’alto, utilizzo di macchine e attrezzature, movimentazione dei materiali, interferenze tra imprese, viabilità interna, opere provvisionali e utilizzo dei DPI richiedono un controllo quotidiano.
Non basta avere un PSC, un POS o un DVR correttamente compilati.
La sicurezza deve essere visibile sul luogo di lavoro.
Lombardia prima per numero assoluto di morti
Considerando i decessi avvenuti in occasione di lavoro, la Lombardia registra il numero più elevato di vittime: 66.
Seguono:
Veneto 44, Campania 41, Sicilia 35, Emilia-Romagna 34, Piemonte 32, Toscana e Lazio 31, Puglia 29.
Ma confrontare esclusivamente i valori assoluti può essere fuorviante.
Per questo l’Osservatorio utilizza anche l’indice di incidenza, cioè il numero di morti rapportato alla popolazione lavorativa.
La media nazionale risulta pari a 17,8 morti per milione di lavoratori.
Nel luglio 2026 vengono collocate in zona rossa, con un’incidenza superiore di almeno il 25% rispetto alla media nazionale:
Calabria, Sicilia, Campania, Liguria e Puglia.
Il dato dimostra quanto sia importante analizzare il fenomeno non soltanto attraverso il numero complessivo degli eventi, ma anche rispetto alla reale esposizione della popolazione lavorativa.
Over 65: l’incidenza più elevata
Uno degli aspetti più preoccupanti riguarda l’età dei lavoratori coinvolti.
Tra gli infortuni mortali avvenuti in occasione di lavoro, l’incidenza maggiore viene registrata tra gli ultrasessantacinquenni, con 55,4 morti per milione di occupati.
Seguono:
- lavoratori tra 55 e 64 anni: 27,3;
- lavoratori tra 15 e 24 anni: 21,9.
In termini assoluti, la fascia maggiormente colpita è quella compresa tra i 55 e i 64 anni, con 153 vittime sulle 430 complessive avvenute in occasione di lavoro.
È un elemento che dovrebbe trovare una maggiore considerazione nella valutazione dei rischi.
Il D.Lgs. 81/2008 richiede infatti che la valutazione tenga conto anche dei rischi connessi all’età.
L’invecchiamento della popolazione lavorativa impone quindi alle aziende di interrogarsi sull’organizzazione dei turni, sulle mansioni, sull’ergonomia, sui carichi fisici e sulla compatibilità tra capacità individuali e attività svolta.
Lavoratori stranieri: un rischio più che triplo
Ancora più significativo è il dato relativo ai lavoratori stranieri.
Nei primi sette mesi del 2026 risultano 169 lavoratori stranieri deceduti, dei quali 121 in occasione di lavoro e 48 in itinere.
L’incidenza della mortalità è pari a 46,8 morti per milione di occupati stranieri, contro 14,4 per milione tra i lavoratori italiani.
Il rischio risulta quindi più di tre volte superiore.
Anche i dati INAIL evidenziano una tendenza che merita attenzione: le denunce mortali in occasione di lavoro dei lavoratori stranieri sono passate da 93 nei primi sette mesi del 2025 a 120 nel 2026, mentre quelle riguardanti i lavoratori italiani sono diminuite da 339 a 302.
È un segnale che richiama direttamente il tema della formazione.
Consegnare materiale formativo o svolgere una lezione non significa automaticamente avere formato un lavoratore.
La formazione deve essere comprensibile, verificata e adeguata alle conoscenze linguistiche del destinatario.
Un lavoratore che non comprende pienamente un ordine, una procedura, un segnale o il funzionamento di un’attrezzatura rappresenta un rischio per sé stesso e, potenzialmente, per gli altri.
La prevenzione non può esaurirsi nel DVR
Di fronte a 595 vittime occorre evitare una delle interpretazioni più pericolose della sicurezza sul lavoro: considerarla prevalentemente un sistema documentale.
DVR, POS, DUVRI, procedure, attestati e registri sono strumenti fondamentali.
Ma sono strumenti.
Non sono il fine della prevenzione.
La vera domanda che ogni datore di lavoro dovrebbe porsi è molto più semplice:
quello che abbiamo scritto nei documenti viene realmente applicato ogni giorno?
Ed è qui che entrano in gioco tutti gli attori del sistema aziendale della prevenzione.
Il datore di lavoro deve organizzare e governare il sistema.
L’RSPP deve supportare concretamente l’individuazione e la valutazione dei rischi.
Il preposto deve esercitare realmente l’attività di vigilanza prevista dall’art. 19 del D.Lgs. 81/2008.
L’RLS deve poter rappresentare i lavoratori e segnalare le criticità.
I lavoratori devono essere formati, informati, addestrati e responsabilizzati.
Il medico competente, quando previsto, deve contribuire alla valutazione e alla gestione dei rischi connessi alla salute.
La sicurezza funziona soltanto quando tutte queste figure comunicano tra loro.
Il ruolo decisivo del preposto
Le modifiche normative degli ultimi anni hanno rafforzato in maniera significativa la figura del preposto.
Non è casuale.
Tra un documento di valutazione dei rischi perfettamente redatto e ciò che accade realmente durante una lavorazione esiste un passaggio fondamentale: la vigilanza sul campo.
Il preposto deve intervenire quando osserva un comportamento non conforme, una procedura non rispettata o una condizione di pericolo.
Non può limitarsi ad assistere passivamente.
La prevenzione degli infortuni passa spesso attraverso decisioni semplici e immediate:
fermare una lavorazione;
pretendere l’utilizzo corretto di un DPI;
impedire l’utilizzo di un’attrezzatura non sicura;
segnalare una condizione di rischio;
verificare che una procedura sia realmente compresa;
impedire che la velocità produttiva prevalga sulla sicurezza.
Sono azioni apparentemente ordinarie che possono fare la differenza tra una normale giornata di lavoro e un incidente mortale.
Anche i near miss devono diventare informazioni
Un’organizzazione evoluta non aspetta l’infortunio per capire che esiste un problema.
Analizza i near miss, gli incidenti mancati.
Una caduta evitata per pochi centimetri, un carico che cade senza colpire nessuno, una macchina che si avvia inaspettatamente, una protezione rimossa temporaneamente o un mezzo che transita troppo vicino a un lavoratore sono segnali.
Se vengono ignorati, il sistema perde un’occasione di prevenzione.
Se vengono analizzati, possono evitare l’evento successivo.
Per questo la raccolta e l’analisi dei near miss dovrebbero diventare parte ordinaria della gestione aziendale della sicurezza.
Formazione: non un attestato, ma una competenza
I dati del 2026 devono farci riflettere anche sul significato della formazione.
La formazione sulla sicurezza non dovrebbe essere percepita come un numero di ore necessario a ottenere un attestato.
Il suo obiettivo dovrebbe essere un altro:
modificare la percezione del rischio e i comportamenti delle persone.
Un corso è efficace quando, terminata la lezione, il lavoratore sa riconoscere un pericolo che prima non vedeva.
Quando un preposto comprende quando deve intervenire.
Quando un datore di lavoro comprende che organizzazione e sicurezza non sono due mondi separati.
Quando un RLS riesce a trasformare una segnalazione in un’opportunità di miglioramento.
È questa la differenza tra formazione formale e formazione efficace.
595 vittime significano quasi tre morti ogni giorno
Se distribuiamo le 595 vittime registrate nei primi sette mesi del 2026 sui 212 giorni compresi tra gennaio e luglio, otteniamo circa 2,8 vittime al giorno.
Quasi tre persone ogni giorno.
È forse questo il modo più immediato per comprendere la dimensione del fenomeno.
Dietro i numeri delle statistiche ci sono lavoratori, colleghi, genitori, figli e famiglie.
La riduzione del 2% rispetto al 2025 rappresenta certamente un dato da osservare, ma non può diventare un alibi.
Anche l’INAIL invita alla prudenza: i dati mensili sono provvisori, possono essere influenzati dai tempi di trattazione delle pratiche e saranno pienamente valutabili soltanto dopo il consolidamento amministrativo e sanitario dell’intero anno 2026.
Sicurezza sul lavoro: passare dall’adempimento alla cultura della prevenzione
L’obiettivo non può essere soltanto quello di evitare una sanzione.
E nemmeno quello di essere formalmente conformi durante un’ispezione.
L’obiettivo deve essere fare in modo che una persona possa entrare in azienda al mattino e tornare a casa la sera nelle stesse condizioni in cui è arrivata.
Per ottenere questo risultato servono certamente norme, controlli e sanzioni.
Ma servono soprattutto:
valutazioni dei rischi reali e aggiornate;
formazione efficace;
addestramento pratico;
vigilanza dei preposti;
manutenzione di macchine e attrezzature;
analisi degli incidenti e dei near miss;
coinvolgimento degli RLS;
attenzione alle differenze di età, esperienza e provenienza;
una organizzazione del lavoro nella quale la sicurezza venga prima della fretta.
Perché la sicurezza non dovrebbe mai iniziare dopo un incidente.
La prevenzione deve iniziare molto prima.
E deve accompagnare ogni singola giornata di lavoro.
A cura di Enzo Rispo – Consulente Docente Formatore
Datasentia – Informazione, formazione e cultura della sicurezza sul lavoro
Fonti: INAIL, dati e comunicato dell’8 settembre 2026; Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega, elaborazione sui dati INAIL aggiornata a luglio 2026.
