Calano del 7,8% rispetto al 2025, ma il lavoro continua a uccidere
Nel primo trimestre del 2026 l’INAIL ha registrato 189 denunce di infortunio mortale sul lavoro, con una diminuzione del 7,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un dato che, a prima vista, potrebbe sembrare incoraggiante, ma che impone una riflessione seria e profonda: dietro ogni numero vi è una vita spezzata, una famiglia distrutta e un sistema di prevenzione che, troppo spesso, continua a mostrare limiti strutturali.
Secondo i dati diffusi dall’INAIL, delle 189 denunce:
- 136 riguardano eventi avvenuti in occasione di lavoro;
- 53 sono invece legati a incidenti in itinere, ossia nel tragitto casa-lavoro o lavoro-casa.
Nonostante la lieve flessione statistica, il fenomeno degli infortuni mortali rimane una vera emergenza nazionale che coinvolge imprese, istituzioni, datori di lavoro, lavoratori e organi di vigilanza.
La sicurezza non può essere solo un obbligo formale
Il dato conferma ancora una volta come la sicurezza sul lavoro non possa essere ridotta a semplice burocrazia o adempimento documentale.
Troppo spesso nelle aziende il Documento di Valutazione dei Rischi viene percepito come un fascicolo da conservare e non come uno strumento dinamico di prevenzione reale.
Il Decreto Legislativo 81/2008 stabilisce chiaramente che:
- la valutazione dei rischi deve essere concreta e aggiornata;
- la formazione deve essere efficace e verificabile;
- i lavoratori devono essere realmente coinvolti nella prevenzione;
- la vigilanza interna deve essere costante.
Eppure, molte tragedie continuano a verificarsi per:
- carenza di formazione;
- procedure operative assenti o inadeguate;
- mancata manutenzione;
- ritmi di lavoro eccessivi;
- sottovalutazione dei rischi;
- assenza di controlli reali.
Gli infortuni “in occasione di lavoro”
I 136 casi registrati durante l’attività lavorativa rappresentano la parte più drammatica del fenomeno.
In numerosi casi, le cause sono riconducibili a:
- cadute dall’alto;
- schiacciamenti;
- investimenti da mezzi;
- ribaltamenti;
- contatti elettrici;
- utilizzo improprio di attrezzature;
- mancata applicazione delle procedure di sicurezza.
Particolarmente esposti continuano ad essere:
- edilizia;
- logistica;
- agricoltura;
- industria manifatturiera;
- trasporti.
In questi comparti, la pressione produttiva e la riduzione dei tempi operativi spesso incidono negativamente sulla gestione del rischio.
Cresce l’attenzione sugli infortuni in itinere
I 53 casi mortali in itinere evidenziano invece un altro problema sempre più rilevante: la sicurezza negli spostamenti lavorativi.
Tra i fattori maggiormente coinvolti:
- stress lavoro correlato;
- stanchezza psicofisica;
- lunghi tragitti;
- turnazioni pesanti;
- utilizzo intensivo di veicoli;
- condizioni stradali critiche.
È fondamentale ricordare che la tutela della salute e sicurezza del lavoratore non termina all’interno dell’azienda, ma deve estendersi anche all’organizzazione complessiva del lavoro e ai suoi effetti indiretti.
Stress lavoro correlato: il rischio spesso invisibile
Sempre più esperti della sicurezza evidenziano il collegamento tra organizzazione del lavoro, pressione psicologica e aumento del rischio infortunistico.
Lo stress lavoro correlato, disciplinato dall’articolo 28 del D.Lgs. 81/2008, rappresenta oggi uno dei rischi più sottovalutati nelle realtà produttive italiane.
Turni massacranti, carenza di personale, clima aziendale conflittuale e sovraccarico operativo possono:
- ridurre l’attenzione;
- aumentare gli errori;
- compromettere la lucidità;
- favorire incidenti anche gravissimi.
La prevenzione moderna non può più limitarsi ai soli rischi fisici: è necessario affrontare anche quelli organizzativi e psicosociali.
Il ruolo della formazione
La formazione continua ad essere uno degli strumenti principali per ridurre gli infortuni.
Tuttavia, in molti casi, si assiste ancora a corsi:
- svolti frettolosamente;
- privi di contenuti pratici;
- effettuati solo per obbligo normativo;
- non realmente efficaci.
Una vera cultura della sicurezza richiede invece:
- addestramento pratico;
- simulazioni;
- aggiornamenti continui;
- coinvolgimento diretto dei lavoratori;
- verifica concreta delle competenze.
La sicurezza deve diventare comportamento quotidiano e non semplice firma su un registro presenze.
La prevenzione come investimento e non come costo
Ogni incidente mortale produce conseguenze devastanti:
- umane;
- sociali;
- economiche;
- penali;
- reputazionali.
Investire nella prevenzione significa:
- proteggere vite umane;
- migliorare il clima aziendale;
- ridurre assenze e contenziosi;
- aumentare produttività e qualità;
- tutelare l’immagine dell’impresa.
Le aziende che comprendono realmente questo principio costruiscono ambienti di lavoro più sani, efficienti e sostenibili.
Conclusioni
Il calo del 7,8% delle denunce di infortuni mortali rappresenta un segnale positivo, ma non sufficiente.
Centottantanove morti nei primi tre mesi del 2026 significano che il lavoro continua ancora oggi a costare vite umane.
La sicurezza non può essere affidata alla fortuna, né affrontata solo dopo una tragedia.
Occorre rafforzare:
- controlli;
- formazione;
- cultura della prevenzione;
- responsabilità organizzativa;
- gestione dello stress lavoro correlato.
Ogni lavoratore ha diritto di tornare a casa sano e salvo. Sempre.
