Ottobre 31, 2026
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Calano del 7,8% rispetto al 2025, ma il lavoro continua a uccidere

Nel primo trimestre del 2026 l’INAIL ha registrato 189 denunce di infortunio mortale sul lavoro, con una diminuzione del 7,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un dato che, a prima vista, potrebbe sembrare incoraggiante, ma che impone una riflessione seria e profonda: dietro ogni numero vi è una vita spezzata, una famiglia distrutta e un sistema di prevenzione che, troppo spesso, continua a mostrare limiti strutturali.

Secondo i dati diffusi dall’INAIL, delle 189 denunce:

  • 136 riguardano eventi avvenuti in occasione di lavoro;
  • 53 sono invece legati a incidenti in itinere, ossia nel tragitto casa-lavoro o lavoro-casa.

Nonostante la lieve flessione statistica, il fenomeno degli infortuni mortali rimane una vera emergenza nazionale che coinvolge imprese, istituzioni, datori di lavoro, lavoratori e organi di vigilanza.


La sicurezza non può essere solo un obbligo formale

Il dato conferma ancora una volta come la sicurezza sul lavoro non possa essere ridotta a semplice burocrazia o adempimento documentale.
Troppo spesso nelle aziende il Documento di Valutazione dei Rischi viene percepito come un fascicolo da conservare e non come uno strumento dinamico di prevenzione reale.

Il Decreto Legislativo 81/2008 stabilisce chiaramente che:

  • la valutazione dei rischi deve essere concreta e aggiornata;
  • la formazione deve essere efficace e verificabile;
  • i lavoratori devono essere realmente coinvolti nella prevenzione;
  • la vigilanza interna deve essere costante.

Eppure, molte tragedie continuano a verificarsi per:

  • carenza di formazione;
  • procedure operative assenti o inadeguate;
  • mancata manutenzione;
  • ritmi di lavoro eccessivi;
  • sottovalutazione dei rischi;
  • assenza di controlli reali.

Gli infortuni “in occasione di lavoro”

I 136 casi registrati durante l’attività lavorativa rappresentano la parte più drammatica del fenomeno.
In numerosi casi, le cause sono riconducibili a:

  • cadute dall’alto;
  • schiacciamenti;
  • investimenti da mezzi;
  • ribaltamenti;
  • contatti elettrici;
  • utilizzo improprio di attrezzature;
  • mancata applicazione delle procedure di sicurezza.

Particolarmente esposti continuano ad essere:

  • edilizia;
  • logistica;
  • agricoltura;
  • industria manifatturiera;
  • trasporti.

In questi comparti, la pressione produttiva e la riduzione dei tempi operativi spesso incidono negativamente sulla gestione del rischio.


Cresce l’attenzione sugli infortuni in itinere

I 53 casi mortali in itinere evidenziano invece un altro problema sempre più rilevante: la sicurezza negli spostamenti lavorativi.

Tra i fattori maggiormente coinvolti:

  • stress lavoro correlato;
  • stanchezza psicofisica;
  • lunghi tragitti;
  • turnazioni pesanti;
  • utilizzo intensivo di veicoli;
  • condizioni stradali critiche.

È fondamentale ricordare che la tutela della salute e sicurezza del lavoratore non termina all’interno dell’azienda, ma deve estendersi anche all’organizzazione complessiva del lavoro e ai suoi effetti indiretti.


Stress lavoro correlato: il rischio spesso invisibile

Sempre più esperti della sicurezza evidenziano il collegamento tra organizzazione del lavoro, pressione psicologica e aumento del rischio infortunistico.

Lo stress lavoro correlato, disciplinato dall’articolo 28 del D.Lgs. 81/2008, rappresenta oggi uno dei rischi più sottovalutati nelle realtà produttive italiane.

Turni massacranti, carenza di personale, clima aziendale conflittuale e sovraccarico operativo possono:

  • ridurre l’attenzione;
  • aumentare gli errori;
  • compromettere la lucidità;
  • favorire incidenti anche gravissimi.

La prevenzione moderna non può più limitarsi ai soli rischi fisici: è necessario affrontare anche quelli organizzativi e psicosociali.


Il ruolo della formazione

La formazione continua ad essere uno degli strumenti principali per ridurre gli infortuni.
Tuttavia, in molti casi, si assiste ancora a corsi:

  • svolti frettolosamente;
  • privi di contenuti pratici;
  • effettuati solo per obbligo normativo;
  • non realmente efficaci.

Una vera cultura della sicurezza richiede invece:

  • addestramento pratico;
  • simulazioni;
  • aggiornamenti continui;
  • coinvolgimento diretto dei lavoratori;
  • verifica concreta delle competenze.

La sicurezza deve diventare comportamento quotidiano e non semplice firma su un registro presenze.


La prevenzione come investimento e non come costo

Ogni incidente mortale produce conseguenze devastanti:

  • umane;
  • sociali;
  • economiche;
  • penali;
  • reputazionali.

Investire nella prevenzione significa:

  • proteggere vite umane;
  • migliorare il clima aziendale;
  • ridurre assenze e contenziosi;
  • aumentare produttività e qualità;
  • tutelare l’immagine dell’impresa.

Le aziende che comprendono realmente questo principio costruiscono ambienti di lavoro più sani, efficienti e sostenibili.


Conclusioni

Il calo del 7,8% delle denunce di infortuni mortali rappresenta un segnale positivo, ma non sufficiente.
Centottantanove morti nei primi tre mesi del 2026 significano che il lavoro continua ancora oggi a costare vite umane.

La sicurezza non può essere affidata alla fortuna, né affrontata solo dopo una tragedia.
Occorre rafforzare:

  • controlli;
  • formazione;
  • cultura della prevenzione;
  • responsabilità organizzativa;
  • gestione dello stress lavoro correlato.

Ogni lavoratore ha diritto di tornare a casa sano e salvo. Sempre.

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